Vi ricordate l’argomento ontologico di quel simpatico campanellaro di Anselmo, quello secondo il quale la semplice pronuncia del nome di Dio – quis maius cogitari nequit – non ne implica necessariamente l’esistenza ma “solo” certifica la presenza di una parola divina, scaturigine di una gia’ esistente funzione significante e precipitato della rivelazione? Bene, attraverso i soliti paralogismi da gran filosofo piazzista tipo Aiazzone alla guida della sua playstation teologica, l’unica roba di un certo interesse che si puo’ ricavare da quel perditempo e’ che il linguaggio riveste e presuppone se stesso e che quindi il bonario coglione non stava fondando una visione di Dio, quanto una visione del linguaggio stesso.

Bene, arriviamo alle metafisiche dichiarazioni dell’altro ieri di Eugenia Roccella e vediamo come si leghino perfettamente al pensiero del grande treccartaro. La straordinaria filantropa, economa, bibliotecaria e ondina cattolica rispondeva al leader del Partito Democratico Gianfranco Fini il quale, stanco della tutela dei cattolici data in appalto all’On. Franceschini, faceva presente che “le leggi approvate in Parlamento non devono essere ispirate da principi religiosi”.

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Esticazzi! La nostra Eugenia e’ partita a marce forzate come Clorinda in difesa dei cattolici e del Vaticano, poveri martiri con le pezzuole ai piedi e vittime insanguinate dell’ennesima sortita laicista. La grande filosofa cattolica non solo difendeva a spada tratta il diritto del Vaticano di fare le leggi come cazzo vuole lui, ma rispondeva anche nel frattempo ad un manipolo di giornalisti comunisti, di cui presentiamo un breve ma significativo stralcio.

Giornalista: “Nel disegno di legge sul fine vita idratazione e nutrizione sono obbligatorie…

Roccella: “Non sono obbligatorie: non e’ possibile rifiutarle“.

Aspettate che lo riscrivo: “Non sono obbligatorie, non e’ possibile rifiutarle“.

Ecco, qui siamo oltre l’uso del linguaggio come rivelazione divina, come catena significante informata dall’avvento, come evento semantico che partecipa dell’universale e dell’Essere. Qui saltiamo Anselmo e andiamo direttamente alla settima lettera di Platone, quella sullo statuto della “cosa stessa”. Secondo Platone la cosa del pensiero e’ onoma, il nome ovvero il significante come gia’ nella logica stoica, logos ovvero la definizione ed il suo significato virtuale, eidolon ovvero immagine e referente attuale, nous o conoscenza che si possa qualificare come scientifica, e infine il presupposto stesso della conoscibilita’ della cosa, la sua “verita’”.

Queste parole della Roccella (“non sono obbligatorie: non e’ possibile rifiutarle“), nella loro folgorante genialita’, non possono che fare riflettere sull’ipotesi stessa del linguaggio e sul suo statuto ontologico. Non solo che cazzo lo usino a fare delle beghine rivoltanti e ignoranti di qualsivoglia nozione di scienza e diritto – che poi non gli serve, perche’ tanto sono cattoliche! – ma sulla stessa natura della significazione, sul linguaggio che pensa se stesso (che “si accatasta” su se stesso): ritorna ancora Platone, questa volta dal Fedro, e la sua svalutazione della scrittura. Certo, se avesse sentito la Roccella, probabilmente avrebbe bruciato tutti i suoi dialoghi: “Se dopo duemila anni di catena significante la gente ti prende ancora per il culo cosi’ – avrebbe pensato – tanto vale mandare tutto a massa e imbarcarsi su una triremi in direzione Siracusa, dove si mangia il pesce  e c’e’ tanta figa buona, sia locale che della Bitinia“.

Posto insomma il linguaggio che “tradisce” sia nel senso comune ma anche come quello dell’ut tradunt, il “come tramandano”, l’unica cosa che puo’ venire in soccorso alla Roccella e’ appunto la tradizione cattolica della truffa e del raggiro morfemico – l’Illuminismo e’ superfluo perche’ gia’ illuminava Cristo, chi spara non e’ contro la vita come chi e’ pro-choice perche’ quella li’ e’ piu’ vita dell’altra etc. A questo punto, la nostra ammirazione per il superbo sottosegretario cattolico e’ talmente inusitata che ci sentiamo in dovere di adottare le sue raffinatissime analisi sul linguaggio come “chimera”.

Non e’ un demente idiota col cervello in spuma e rivestito in merda: non e’ Padre Livio Fanzaga.

Non e’ un satiro nano che fa le orge con le mignotte, evasore fiscale che nel tempo libero corrompe i giudici: non e’ Silvio Berlusconi.

Scusi se La disturbiamo, Presidente Gianfranco Fini: dopo aver letto il Suo invito a che i precetti religiosi non diventino leggi,abbiam capito che Lei è davvero dei nostri.
Sicchè Anskij ed io avremmo da proporLe di andare tutti a far baracca da qualche parte,che viene anche qualche altro amico nostro ; tanto più siamo e più ci divertiamo, qua in Romagna i locali non mancano e di posto ce ne è.
Dopo la rituale cena romagnola con tanta piada, affettati e paste varie,avremmo pensato di portarLa in un noto strip-club della riviera :aspetti,non dica subito di no,e ci lasci spiegare.
Orbene, l’equipe pastorale di Riccione (sì,è scritto proprio così,”equipe pastorale” ) ha sentenziato che bisogna “fare basta con gli spogliarelli”: perciò, come Lei avrà capito,certi locali sono a serio rischio chiusura, e vanno aiutati.
Stia certo che lì non arrivano cobas a tirarLa giù dal palco;in ogni caso come servizio d’ordine ci saremmo noialtri, mica quei rammolliti di ex-katanga o il Cremaschi, che quando è ora di far barriera non ci son mai o fan civetta: ed il povero Rinaldini va giù lungo per terra.
E comunque,stia sicuro: lì non ci incontra la Roccella con la sua “legge 40 molto equilibrata”,nè Quagliariello, nè Gasparri,nè la Binetti.
Al massimo rischia di trovarci Noemi Letizia con il suo moroso,che han fatto sapere di volere andare a Riccione in vacanza, alla ricerca dei “veri valori”.
Ma son rischi accettabili, ne converrà.
Restiamo in attesa di Sua risposta : ci contiamo,eh?
Stia bene Lei, e stiano bene i lettori.

Ghino La Ganga

Quella ribelle.

maggio 19, 2009

Scorri i nomi della lista, e qualcosa non ti torna: ma dove è,la Carletta,che il suo nome in calce alla foto sul giornale l’hai trovato,ma nell’istantantea non la riconosci?

Dove è, la Carletta?

Sarà mica questa qua,che prova a fare la giovane per stare al passo con gli altri ( e le altre) della lista, che han vent’anni,lo sguardo fisso,il jeans rotto,sneakers quando va bene e ciabattazze di regola,che pare si sian lavati solo la testa e la faccia,ma non il resto,e tu ti immagini la puzza complessiva del gruppo fermo a farsi fotografare?
Sarà mica questa qua,con i capelli a caschetto nero-nero-nero,che lei di anni ne ha quaranta e passa,e sorride con l’aria di dire “adesso son qua io”?

Sì,per la miseria, è proprio lei, he s’è messa il giubbetto di denim che deve essere un caldo che si scoppia,ma lei l’ha messo lo stesso, così,per darsi un tono,chissà.
Con il caschetto nero e il trucco un po’ forte, quel sorriso che non è mai stato il suo meglio,lo sguardo un po’ strabico ma che,a sentire quelli che la corteggiavano – ed eran tanti,chi l’avrebbe detto? – le conferiva quell’aria così tanto intelligente,ma tanto-tanto intelligente.
E pensare che quando la vedesti quella sera dell’inverno scorso a un concerto ti chiedesti se era scema, che aveva il giubbotto di pelle e la minigonna inguinale con gli stivalazzi.
Lei t’aveva salutato e tu t’eri chiesto ma chi è ‘sta scema che mi saluta,e quelli vicino t’avevan detto ma non vedi che è la Carletta,cazzo;sei scemo te,e anche mezzo cieco.
Che poi s’era avvicinata,t’aveva detto di lei, di come s’era distaccata dal partito, che in fondo lei era sempre stata una ribelle.

Anche quando l’avevano messa nel consiglio d’amministrazione di quella municipalizzata di servizi, lei era andata lì a fare la ribelle,perchè era sì laureata e ci capiva in quel che faceva ,capiva anche che con tutte quelle ribellioni mandava in vacca ogni cosa e non faceva lavorare nessuno; ma lei doveva ribellarsi,ribellarsi e ribellarsi,mica potevano pensare di sottometterla, qugli analfabeti.
Perchè lei li considerava così,quelli del suo ex partito,degli analfabeti: infatti era andata con la minoranza, non l’aveva mica votato a quel segretario la’,quello che le rompeva le palle chiedendole i resoconti delle sedute del Consiglio d’Amministrazione e il dieci percento dell’indennità di carica a favore del partito.
Che poi alla fine quello s’era pure incazzato,le aveva detto: senti,Carletta,adesso ti levi dalle palle che prima o poi le tariffe dei rifiuti le dovete decidere,te hai rotto il cazzo con ‘sta storia delle ribellioni, qua son tre anni che ti ribelli e mandi a casino tutto,che ho la fila di gente che mi chiede se sei scema e se sono scemo io che t’ho messo lì a far cazzate.

Sicchè lei se ne era andata,niente più indennità,ma ancora tante ribellioni: e alla fine eccola lì,con la lista di sinistra, ma non la sinistra che pensi tu; nossignore,una sinistra più a sinistra,che si ribella,si ribella tanto,per la miseria, sempre giù a ribellarsi.

E invece sua sorella, la Roberta,quella che ha giusto la tua età ,quella carina,che ti piaceva anche, e ci avevi anche filato,quella Roberta lì,insomma,quella dolce,che baciava bene,t’han detto che non si ribella.
E sì che quel marito straniero che si ritrova, la mena di santa ragione ogni due giorni.
Che gli urli si senton dal palazzo a fianco,t’han detto,e i figli son sempre dai nonni.

State bene.
Ghino La Ganga