Le folgoranti intuizioni politologiche di Gianni Gennari

luglio 6, 2009

Sul Corriere di oggi, il sublime articolista si scagliava contro Giovanni Berardelli, colpevole di aver detto una verità vecchia almeno di venti anni, ovvero che tutte quelle fregnacce di Berlinguer (e Pasolini) sulla diversità del PCI, sul suo “umanesimo”, ma soprattutto le sue strategie e la visione dell’approdo dei comunisti al governo erano fallimentari sin dall’inizio, ed avevano ben inscritte le ragioni della loro fine ingloriosa.

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Bene, Gennari invece si scandalizza per il presunto laicismo che “dimenticare Berlinguer” comporterebbe, ed anzi si esalta nel ricordo dei “successi” del nostro, che avrebbero tratto origine da una sua precisa presa di posizione, ovvero la decisione di arrivare al compromesso con la DC, alla rinuncia alla filosofia atea e materialista, ed ovviamente la lettera al vescovo Bettazzi con la sua confusa querelle teismo-ateismo-antiteismo. Finalone in tragedia con la sconfessione di Ignazio Marino, l’uomo del diavolo, l’avversario della Chiesa e del Papa, il chirurgo che – o orrore sacrilego! – addirittura difende la Costituzione e le ragioni di chi, dato che è stato messo al mondo senza neanche chiederlo, vorrebbe almeno levarsi dai coglioni come cazzo pare a lui e non come vogliono gli arroganti figli di puttana alla Betori-Barragan.

Se il geniale Gennari avesse due minuti di tempo e si ripassasse i documenti del tempo, si renderebbe conto che a) non si capisce bene di quali favolosi “successi” di Berlinguer la sinistra odierna dovrebbe inebriarsi, ricorda un po’ il GOP che non sa a che santo votarsi e ritorna alle vuote litanie su Reagan; b) Berlinguer è semmai uno degli artefici della crisi perenne e del malaffare politico virato alla partitocrazia, al collateralismo, e alla lottizzazione.

Perché la democrazia di Berlinguer è soprattutto “democrazia dei partiti” e quindi salvaguardia degli equilibri partitici, mettendo in subordine il programma di governo alla soddisfazione degli appetiti correntizi e alla conseguente proliferazione delle caste.

Tutto questo è visibile sin da prima del ’75, ma dopo le elezioni regionali di quell’anno il PCI si butta in una bizzarra “offensiva” volta ad annacquare qualsivoglia energia o istanza di rinnovamento (puramente teorica, beninteso) che i comunisti avrebbero portato in dote alle giunte o al governo nazionale. Suonano così in maniera grottesca le preoccupazioni di Cossutta “per le troppe giunte di sinistra” e non di centro-sinistra, gli accordi con l’impresentabile DC napoletana, il disastro di Milano e, dal ’76 al ’79, i nefasti governi di “unità nazionale”.

Vogliamo ricordare le cautele PCI sullo scandalo Lockheed? Il vergognoso sostegno all'”uomo nuovo”, ovvero Giulio Andreotti, che mise assieme il famoso governo dei 47 sottosegretari con una marea di condannati a vario titolo ed inquisiti? Gennari, ma che cazzo dici? Per non parlare delle vergognose misure da “politica delle mance” che quei governi scatenarono imperterriti.

E invece no, il nostro grande politologo preferisce questo Berlinguer, il grande Berlinguer del mancato appoggio al referendum sul divorzio, il grande Berlinguer segretario di un PCI lottizzatore come la peggiore DC, il grande Berlinguer affezionato alle trame di Moro con la fregnaccia indigeribile e autoritaria del “compromesso storico”, il grande Berlinguer che fa definitivamente marcire il poco da salvare del PCI nei miasmi della partitocrazia.

Però, quel Berlinguer non voleva arrivare allo scontro sui preti. Vuoi mettere? E per Gennari basta e avanza a fare un grande politico. Ma lo vogliamo tranquillizzare: nel Partito Democratico delle palle lesse, figurati se c’è qualcuno che vuole seguire Marino sulla laicità.

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