Save an iodosan

novembre 24, 2009

E’ bastato leggere qualche riga.

Clizia Gurrado,su La Stampa di un paio di settimane fa,ricordava di quando scrisse “Sposerò Simon Le Bon” nel 1985.

Clizia diceva che lei aveva quindici anni,era bello innamorarsi dei sogni.

Sosteneva che pure adesso, che ne ha quaranta, si innamora dei sogni, è tanto bello così.

S’è come riaperta la porta.

Io nel 1987, di anni, ne avevo 22.

Andammo in gruppo a vedere i Duran Duran allo stadio Braglia di Modena.

Era maggio.

Impollinazione del prato a manetta: che per me, noto sofferente di rinite allergica alle graminacee, era un martirio.

Sicchè giù in gola i medicinali del tempo.

Iodosan di Zambeletti.

Pieno di caffeina, così evitava la sonnolenza data dall’antistaminico.

Per sicurezza ne presi due compresse,a distanza di mezz’ora l’una dall’altra.

E dietro una bella cocacola fredda.

Niente starnuti.

Benone,pensai.

Benone stocazzo.

Perchè la sonnolenza dell’antistaminico arrivò tutta all’inizio.

Gli altri parlavano e io mezzo rincoglionito sul prato, alle ore diciassette perchè le ragazze del gruppo avevan paura di perdersi John Taylor mentre imbracciava il basso.

Poi arrivò tutto l’effetto della caffeina.

Una sberla immane.

Subito una grande agitazione.

Insieme a un bisogno indemoniato di pisciare.

Non potevo farlo sul prato, davanti a tutti.

Di corsa a cercare i cessi.

Che stavano dietro dietro vicino ai parcheggi.

Arrivai che li pulivano.

Un’attesa infame,roba da cistite.

Roba da pisciarsi addosso.

Praticamente abbracciai la signora che puliva per scavalcarla.

Mi sa che la baciai anche.

Una delle infermiere delle ambulanze dell’assistenza m’aspettava alla porta.

“Dove vai? Vieni qui,tu….cosa hai preso…diosanto…”

“Niente..niente…ho preso dell’antiallergico da polline…tutto qua…tutto bene….”

“Antiallergico? Ma cosa dici? Ma sei da solo? Vieni qui…diosanto…”

“No,sono con i miei amici…va tutto bene…”

Era preoccupata a bestia. Mi bloccò. Mi prese il polso. Mi fece respirare. Mi guardò le pupille. Rilevò che portavo lenti a contatto.

“Lo sapevo”.

“Cosa?”

“Che porto le lenti a contatto.”

Rise,scuotendo la testa.

“Te sei fuori. Qua ti viene un collasso. Bevi questa.”

Mi fece tracannare una specie di acqua con sale e zucchero,o almeno così mi parve.

Arrivò una barella, con una ragazzotta svenuta bianca come un cencio;la chiamarono.

“Cosa avrai mai preso,te…..senti,mi raccomando:bevi molto. Molta acqua….bevi e vai a fare più pipì che puoi . Mi raccomando. Dì ai tuoi amici che più tardi ti devono portare qui. Diglielo adesso,che ancora ragioni.”

Rientrai nelle toilette.

Ripisciai.

La tipa delle pulizie stava in disparte,inorridita.

Tornai fra i miei.

La caffeina non smetteva di fare effetto.

Parlavo e parlavo.

“Dovete portarmi all’infermeria,dopo.”

“Come no,pataca. Ti ci portiamo adesso, se non ti calmi.”

“Devo bere molta acqua.”

“Quella te la diamo noi. Adesso stai un po’ zittino,che ci hai sfinito i coglioni.”

L’elicottero di quella testa di cazzo di Red Ronnie passava e ripassava a bassa quota.

Mi dissero,più tardi,che avevo cercato di colpirlo a sputi all’insù, nell’ilarità generale.

Non me lo ricordo,ma non lo escludo.

Si fecero le nove.

Poi le nove e mezza.

Non smettevo di parlare e fare cazzate.

Provarono a calmarmi, a farmi mangiare qualcosa.

Niente.

M’era anche passato il bisogno di pisciare.

Iniziò il concerto.

Con quel palco fatto come un cuore pulsante.

Mi pareva bellissimo.

Che figata.

Gli altri attoniti: che cazzo fai,Ghino,stai calmo.

Ma se è bellissimo. Non lo vedete,che è bellissimo?

Suonavano A wiew to a kill.

Poi Notorius.

Poi Skintrade.

Indi Hungry like the wolf.

Planet Hearth nel delirio.

Mi ricordavo tutte le parole delle canzoni.

Io non sapevo di saperle, in realtà.

Ma in quel momento,me le ricordavo.

Perfino wild boys, con quel sensatissimo chiudistrofa “ and your telephone been ringing /while you’re dancing in the rain”.

Gli altri,attoniti.

Giù un’altra cocacola.

Probabilmente avevo dentro più caffeina d’una cimbali.

Urlavo.

“Che bello. Cazzo. Bellissimo!”

Simon Le Bon che saltava sul palco con la bandiera gialloblù del Modena.

A fianco di noialtri,un gruppetto di tizi lo pigliava per il culo.

“Dài,superman! Vola giù,che tanto hai il mantello.”

“Facci TARZAN!”

Con le ragazzine inviperite: lasciatelo stare, è figo.

Due del mio gruppo mi fecero bere dell’acqua.

Preoccupati.

“Guardate che sto benissimo. Il concerto è bello.”

“E’ questo,il problema. Il concerto non è granchè. I Duran non ti sono mai piaciuti molto.”

“Dove sta il problema? Si può cambiare idea.”

“Ma non diventare scemi. Te sei diventato scemo. Mangia questo.”

Mi costrinsero ad addentare una tigella con il salame.

Sembrava di mangiar cartone.

Non sentivo i sapori.

“Ma non ci sarebbe un’altra cocacola?Eh?”

“Te la diamo in testa,la cocacola. Imbecille.”

Mi forzarono a bere acqua.

Molta acqua.

Il concerto finì.

Rimasi dell’idea che era stato bellissimo.

Non me ne volevo andare.

“Cazzo.Restiamo. Chiediamo altri bis.”

Mi presero per le braccia in due.

Mi trascinarono verso l’uscita.

Mi fecero bere ancora.

Ripisciai a manetta.

Uscimmo.

Gli altri eran stanchi.

Io no.

Mi misi al volante della mia auto.

Gli altri non volevano: cazzo, no,non puoi guidare.

“Guardate che sto benissimo. Son l’unico che non ha sonno,qui.”

Era vero.

All’altezza di Bologna dormivano tutti come ghiri.

Solo io parlavo e parlavo.

Da solo.

Ogni tanto quelli dell’altra macchina mi sorpassavano e guardavano come stavo.

Li salutavo ogni volta.

Eran tranquilli: ero ben sveglio.

Ma idiota.

Forse irrimediabilmente.

A Rimini ci salutammo.

Ognuno a casa sua.

Arrivai a casa carico come una molla.

Passai la notte in bianco.

Cazzo: che bel concerto.

Il giorno dopo avevo trentanove di febbre.

Ma era stato bellissimo.

Perciò,Clizia Gurrado, è a Te che mi rivolgo.

Se ancora oggi ti senti bene come negli anni ottanta, ti innamori dei sogni, e dici queste cose come se fossero assolutamente normali, non essere egoista.

Piglia una scatola di quello Iodosan che sicuramente hai imboscato e che consumi in quantità , e mandala quaggiù in Romagna.

Anzi,non essere tirchia: facciamo due scatole,va’.

Prometto che la ingerirò con l’accendino acceso in aria,cantando Save a prayer.

Stai bene, e stiano bene i lettori.

Ghino La Ganga

P.s.: un ringraziamento ad Aldo Nove, che con il suo “Neocibalgina” ha segnato la strada.

Ghino strikes back.

novembre 24, 2009

 

Che alla fine te l’han riparato,il computer,così adesso puoi tornare a scrivere.

Che alla fine è stato meglio così: qualche settimana fermo.

Qualche settimana nella quale avresti voluto ammazzare qualcuno.

Anzi.

Più di qualcuno.

Parecchi.

Che progettavi anche come.

A pedate,da Rimini a Bolzano, il primo.

A pedate da Bolzano a Lecce,il secondo.

A pedate da Lecce a Rimini,il terzo.

Il quarto,anzi,la quarta: a pedate, da Rimini e Pescara.

Perchè così pochi chilometri?

No,non perchè è una donna.

Perchè sei stanco.

E Pescara non t’è mai piaciuta.

 

State bene.

 

Ghino La Ganga