Ce ne sarebbero da scrivere tante su quest’uomo, che a me pareva uscito da un film con Alberto Sordi: emigrato da ragazzo con la famiglia in Galles, aveva imparato nei campionati locali a ingobbirsi, puntare l’area di rigore e tirare delle gran bordate. Tornato in Italia parlando una specie di gallese maccheronico ( o di italiano gallesizzato, che forse è  pure peggio), e ingaggiato alla Lazio, mise a frutto la sensazionale potenza  fisica, mentre la tecnica non era granchè. C’era altresì, costante, il caratteraccio: solo se condotto dall’allenatore Tommaso Maestrelli, che trattava tutti come figli,  Chinaglia si ammansiva e produceva risultati. Arrivarono così quel famoso scudetto del 1974 ( dopo quello perso all’ultima giornata del 1973), e l’arruolamento nella nazionale italiana che partecipava ai mondiali tedeschi. Lì Chinaglia mise in mostra il peggio di sè: fu spaccone, arrogante, superficiale, fanculatore. Protestava perchè in squadra c’erano solo tre laziali: secondo lui, novello Cencelli del campionato, la squadra che aveva vinto lo scudetto doveva essere la più rappresentata (sic). Del resto, la Lazio di quegli anni, ( ma anche di quelli a seguire: perfino il suo successore centravanti Bruno Giordano finì per somigliargli parecchio ) , pareva una diretta emanazione dello stesso Chinaglia : sbruffona e irascibile, era avvolta dalla leggenda secondo la quale i suoi calciatori possedevano tutti una pistola, usata per  fare il tirassegno  dalle finestre degli alberghi ove la squadra andava in ritiro. Falsa o vera che fosse, la storia finì il giorno che Re Cecconi morì per aver fatto uno scherzo idiota a un gioielliere:  questi, ancorchè digiuno di calcio, era  armato sul serio. Morto anche Maestrelli per un brutto male,  Chinaglia se ne andò a giocare negli Stati Uniti, ove il campionato di  soccer – che pareva sul punto di decollare allora come oggi – era organizzato come una specie di selezione di vecchie glorie del calcio internazionale, sovrastate  da regole bizzarre : per evitar pareggi, era colà previsto che dopo il novantesimo si decidesse il vincitore  non battendo comuni rigori, bensì tirando in porta  alla fine di  solitarie discese in area da metà campo . Non si capì nepure se Chinaglia guadagnò quattrini, o se e quanto ci rimise. Da quel momento in poi, comunque, egli cominciò una serie di andirivieni sull’Atlantico: una volta per diventare presidente della Lazio, un’altra del Lanciano, poi per diventare uno sfrenato commentatore televisivo, poi chissacchè. Gli affari non dovevano andare benissimo, se è vero che il nostro risultava latitante già da qualche anno, inseguito da un ordine di arresto per riciclaggio: anche se non s’è capito chi aveva riciclato cosa, nè come. Comunque: addio, Chinaglia. La Tua vita è tutta nel titolo di questo post.

State bene.

Ghino La Ganga

(In sottofondo suggerisco l’ascolto di  Rugido do leao di Piero Piccioni)