La retina piena ( Cosmopolis).

maggio 27, 2012

 

Siccome in compagnia di Anskij ed altri s’è visto Cosmopolis di Cronenberg, dovrei parlarvi del film. Invece, non riesco a parlar d’altro che all’affollamento della mia retina. Quell’affollamento che, quando vedo sullo schermo una rappresentazione esasperata del contemporaneo, mi riporta a Brazil di Gilliam; quando vedo le luci giuste, con gli oggetti bene illuminati, gli abiti scuri che contrastano con il bianco, mi caccia in testa Matrix dei fratelli Wachowski; quando vedo una città moderna ma innaturalmente cupa, l’effetto mi rimanda subito a Dark City di Proyas. Con le scene in limousine molto ben costruite, dove la velocità della tecnologia che governa i mercati finanziari cozza con la lentezza degli spostamenti ( le guardie del corpo del protagonista seguono e affiancano a passo d’uomo la sua vettura, in una sorta di sospensione del tempo irreale ma credibile, nella quale l’unico modo per interagire è spostarsi sul mezzo di trasporto a fianco, parimenti fermo nel traffico). E le autocitazioni di Cronenberg, quando una comprimaria afferma di avere voglia di correre a casa a baciare lo schermo del computer, che pare un aggiornamento duepuntozero di Videodrome, o anche di Existenz. Poi le riflessioni sociali, con il contemporaneo leggibile solo attraverso l’impennarsi di una valuta sull’altra, o con improvvise rivolte anticapitaliste che durano lo spazio di un’imbrattata di vetri,o di qualche torta in faccia al potente di turno. Sì, insomma: dovrei parlarvi di Cosmopolis, e dirvi che mi è anche piaciuto e mi ha divertito, specie nelle surreali scene nella limousine, nei dialoghi tra il protagonista e la moglie, nel funerale del rapper sufi. Magari lo farà meglio Anskij: al quale, invece, non è piaciuto.

State bene.

Ghino La Ganga

One Response to “La retina piena ( Cosmopolis).”

  1. lector Says:

    “… affollamento della mia retina …”
    Stavo per andare dall’oculista, poi arriva mio figlio e mi spiega che adesso i film li girano così e immantinente mi folgora sulla via di Damasco la ripugnante consapevolezza d’essere obsoleto.
    Vale.


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