Un mese a natale.

novembre 25, 2015

cappello babbo natale

 

“L’anno scorso in un negozio di giocattoli c’era una dodicenne particolarmente insistente che ha aspettato l’orario di chiusura per vedere dove andavo. Io mica potevo salire sulla mia automobile come se niente fosse, è una questione di credibilità: dopo che le avevo detto che sarebbero venute le renne che figura ci facevo? Così ho chiesto ai commessi del negozio di distrarla, mi sono intabarrato dentro al cappotto e sono uscito via verso l’angolo. Sono dovuto rimanere lì per un quarto d’ora buono, quella rompiscatole è rimasta un bel po’ a vedere se ricomparivo.”

(Parole di Giuseppe Benavoli di 65 anni – intervistato a pag. 23 de La Stampa del 24 novembre 2015 – candidato a fare il Babbo Natale in una selezione organizzata in un centro commerciale di Torino. Per carità, intendiamoci: non ho nulla contro il Natale né contro Babbo Natale. Mi inquieta però che a dodici anni  compiuti una bambina ci creda ancora, e, soprattutto, che i suoi genitori la assecondino nel suo pedinare un povero sessantacinquenne, sfinito dal doversi mascherare per arrotondare. A meno che, non ci credano ancora i genitori stessi: questo spiegherebbe non solo perché le trasmissioni di maghi e lotto funzionino sempre alla grande – come ho potuto constatare giusto ieri sera facendo zapping televisivo – ma pure perché si prendano per vere tante cose inverosimili. Specie se sono raccontate con un accento toscano o argentino. State bene. Ghino La Ganga)