Bologna è una (f)regola.

aprile 24, 2016

 

I problemi cominciarono già trent’anni fa. La federazione comunista più importante dell’Emilia Romagna non riusciva a trovare un candidato cittadino: scelsero il modenese Renzo Imbeni. Si recuperò poi con Walter Vitali, quasi bolognese doc. Le grane però non calarono. Un campanello d’allarme? Le neanche trecento preferenze  ottenute dal segretario della sinistra giovanile Salvatore Caronna, candidato alle politiche ’92: la federazione della quale era segretario contava più di cinquecento iscritti. Per consolazione, anni dopo lo elessero europarlamentare. In vista delle amministrative ’99, si fecero le primarie. Apparentemente tranquille, in realtà sanguinose. Le vinse  Silvia Bartolini, che poi perse malamente le elezioni al ballottaggio contro Giorgio Guazzaloca, al termine di un conteggio schede da tregenda: dopo 54 anni la città si scoprì non progressista. Alle successive amministrative del 2004 non si poteva sbagliare, ci voleva il nome forte. Reclutarono Sergio Cofferati da Genova, che si calò così  tanto nel ruolo di residente a Bologna, da avere un figlio dalla sua segretaria . A sostituirlo giunse Flavio Delbono, mantovano di nascita e reggiano in trasferta: non ebbe figli in città, ma una sua ex segretaria lo mise ugualmente nei pasticci. Mai successo, nella pur godereccia Bologna, che un Sindaco si dimettesse per un affare di donne e di bancomat allegramente intestati. L’uno-due fu micidiale. Si aggrapparono al povero Maurizio Cevenini, l’unico postcomunista  della storia che si vestiva in giacca, cravatta e loden blu fin dagli anni settanta: già consigliere comunale  recordman di celebrazione matrimoni, girava con una Smart rossoblù e stava simpatico a tutti. Ebbe un ictus e mollò la corsa alle primarie. Indi, una brutta sera, si buttò da una finestra del Consiglio Regionale e morì. Candidarono dunque Virginio Merola, laureato in filosofia che aveva fatto il casellante. Come primo atto politico da Sindaco, nominò capo di gabinetto uno che aveva la terza media. S’incazzò pure la Corte dei Conti. Ora mira alla rielezione:  sui manifesti il suo partito ha scritto che si vota anche il 6 giugno, mentre l’unica data utile è il 5. In aggiunta, la capolista Di Girolamo ha chiesto l’intitolazione di un giardino pubblico alle vittime della mafia. Il fatto è che qualunque amministrazione di sinistra che si rispetti ne ha già intitolato uno così, da vent’anni e passa. Cosa dite, andiamo a mangiare i tortellini? Ma sì, è ormai ora di pranzo.

State bene.

Ghino La Ganga

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