Nella valle di Abid.

agosto 28, 2017

 

 

Ancora più che dalle frasi scritte via Facebook  da quel tale e sciagurato Abid Jee ( “Lo stupro è peggio all’inizio, poi la donna si calma“) , confesso di essere rimasto colpito dai profili di chi con questo giovane ha avuto ed ha a che fare, ossia le persone del mondo dell’accoglienza e della cooperazione. Un florilegio di frasi fatte,  figurine di Che Guevara, Jovanotti, Gino Strada e Don Ciotti, link a botteghe biologiche che più bio non si può, inni al trekking montano e alla pedalata della pace, lodi alla più vicina sede Anpi, like sparati a raffica su ricette vegane e zuppe valdostane. Qualche adesione a centri anti-violenza sulle donne? Sì, qualcosa c’è, ma confinato all’ultima riga del profilo e senza grandi proclami. Tutta roba così vista e rivista da venire a noia,  se non fosse che il brodo culturale risultante, al di là della sua scontata ripetitività, indica il comune  pensiero dominante in loco: spazio all’immagine iper-progressista, e chi se ne frega se manca ogni accenno all’osservanza delle leggi ed al rispetto di regole e corpo, specie quando è quello di  una donna. Una parte grande del volontariato sembra ferma al delitto del Circeo di oltre quarant’anni fa: se c’è stata violenza su una donna, tale violenza non può che venire da beceri individui di destra, ed il fatto che oggi quella violenza ( tanto fisica quanto verbale) giunga da individui privi di appartenenza politica – perché provenienti da paesi dove essa ha smesso di esistere da un pezzo – viene considerato null’altro che un becero depistaggio, posto in essere da chi incita al razzismo. Sarà forse per questo che ad oggi, a parte quella dovuta e scontata della cooperativa datrice di lavoro, non ho ancora letto una – dico una – presa di posizione ferma e chiara di quel mondo contro le parole di Abid Jee, sedicente studente di giurisprudenza a Bologna. Il post di questo sciagurato ( compreso il micidiale passaggio sull’introduzione del pisello, che è un attimo e dopo tutto va bene, sic ) è stato rimosso dal suo profilo Facebook, ed il giovane pare verrà licenziato dalla cooperativa ove lavora come mediatore culturale ( sì, la qualifica è quella: annamo bbene, diceva qualcuno). Ma le idee di chi lavora tra cooperazione ed accoglienza rimangono lì, sempre fisse ed immote sui di loro profili. E non penso cambieranno mai, purtroppo.

State bene.

Ghino La Ganga

One Response to “Nella valle di Abid.”

  1. giovanni Says:

    Le idee non cambieranno se non nell’aggiunta, al ridicolo dell’equoesolidale e della “grande Chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa”, di altre amenità terzomondiste e complottarole, speriamo non dell’iconoclastia cui quegli animali degli antifa stanno dando sfogo.
    Come se non fosse abbastanza ridicola l’ideologia originaria.


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